Pagine filosofiche

(a cura di Renato Ferraro)
In queste pagine presenteremo brevi saggi di filosofia e di sociologia dello sport, attingendo alla produzione internazionale e con l'intento di promuovere, nei lettori che possano nutrirvi interesse, una riflessione che ci si augura inneschi un dibattito, tuttora insolito nel nostro Paese.

È il principio del fair play il più alto valore nello sport?
di Jerzy Kosiewicz

Cominciamo con l'intervento pronunciato da Jerzy Kosiewicz al congresso del Movimento Europeo del Fair Play (EFPM), tenutosi a Vienna nel settembre 2004 e di cui si è riferito nel n° 1 di questa rivista.

Il saggio del Professor Kosiewicz, eminentemente problematico, quasi provocatorio, pone il tema della gerarchia dei valori nello sport, pervenendo a risultati su cui si può anche non concordare, ma che richiamano comunque la necessità di riconsiderare tutta la tematica, appunto, dei valori, termine del quale siamo soliti riempirci la bocca fin troppo, ma di cui si è fortemente sbiadita la reale significanza.

Mette conto, per, sottolineare che è solo al termine della lettura che anche chi non concordi con l'itinerario ragionativo del Kosiewicz, non può che sottoscriverne le conclusioni, nelle quali emerge in tutto il suo nitore la nobiltà del principio di fair play


È il principio del fair play il più alto valore nello sport?

La presentazione contiene un ragionamento circa la collocazione del fair play in seno alla gerarchia dei valori sportivi. Esso critica - dal punto di vista filosofico - l'opinione che detto principio sia il più alto valore sportivo, soprattutto nello sport orientato ai risultati (olimpici, professionali/spettacolari).

Prima di presentare le argomentazioni pertinenti, desidero indirizzare la vostra attenzione sul fatto che il principio del fair play, a prescindere dal problema della collocazione nella gerarchia dei valori, è comunque un valore vitale per lo sport. È grazie ad esso che lo sport, per chiunque vi sia interessato, diventa un fenomeno morale, il che è molto importante sotto il profilo sociale: si tratta di un costante collaudo di onestà e bontà efficiente.

Si ammette generalmente che l'attività sportiva può essere svolta indipendentemente dal principio del fair play, giusto osservando semplicemente i paradigmi delle norme e dei regolamenti delle varie discipline; ma allora abbiamo a che fare con fatti di carattere prasseologico, riguardanti null'altro che l'efficacia dell'attività.

Ma in tal caso lo sport cessa di essere un'attività di carattere autotelico; cessa d'essere fine a se stesso. Diviene strumentalizzato - trattato come mero mezzo per conseguire uno scopo prefisso. Diviene un mestiere privo di valori morali.

Questa presentazione contiene due parti principali. Nella prima, intendo dimostrare che il principio del fair play non è il valore supremo nello sport, ponendo in evidenza che tale valore è indubbiamente costituito dal successo sportivo variamente concepito. Per me questa parte del testo ha già un significato storico, dato che alcuni dubbi importanti riguardo alle conclusioni cui qui pervengo si sono già da tempo formati nella mia mente. Li contemplerò nella seconda parte del testo.



Parte I

1. Le relazioni tra la prospettiva cognitiva e l'ordine ideologico e postulatorio nelle considerazioni sull'idea di fair play.
È un errore ricorrente compiuto da ricercatori operanti nella sfera delle scienze dello sport di combinare la prospettiva cognitiva (scientifica) con l'ordine ideologico e postulatorio. Persone che s'interessano ad un determinato ambito di problemi in modo scientifico sono obbligati a formulare un contesto delle proprie argomentazioni che sia insieme essenziale e completo (non frammentario), e cioè a tener conto - in una prospettiva più angusta o più ampia - la complessità dell'ambito dei problemi quando considerati a riguardo di un dato tema. E sono anche obbligati a tenere ben distinti l'ordine cognitivo (strettamente scientifico) da quello ideologico e postulatorio (emozionale e normativo). Tale atteggiamento verso un campo di ricerca è salvaguardato da metodi che si rifanno a una tradizione metodologica instaurata entro il reame della sociologia, psicologia e filosofia morale.

Gli operatori scientifici estranei a tali discipline, nelle loro ricerche sul principio del fair play, assumono generalmente un atteggiamento assionormativo. Si sforzano di provare, sulla base delle loro proprie indagini (che in tal caso hanno carattere parascientifico) la giustezza delle idee da loro propugnate. Essi diventano, prima di tutto, promotori dei dettami del fair play.


2. Il fair play come valore relativo, complementare e strumentale
Numerosissime pronunce le quali sentenziano che il principio del fair play è il valore supremo nello sport, rappresentano una delle manifestazioni dell'attività sopra descritta.

Ammetto che non condivido tale opinione. In relazione a ciò, presenterò alcuni argomenti per giustificare questo punto di vista.

Così, se consideriamo il problema qui posto in una prospettiva storica giungendo fino alle sorgenti dell'agonismo europeo - i Giochi Olimpici - possiamo dire che il più alto valore per tale forma dello sport, e il suo scopo fondamentale, erano indubbiamente costituiti dall'esperimento del sacrum, cioè dalla partecipazione ad una manifestazione sublime di culto. I Giochi Olimpici erano per gli Elleni un'importante cerimonia religiosa, una forma di venerazione di divinità scelte nel pantheon degli dei olimpici. I loro fondamenti erano costituiti da assunti soteriologici (assunti riguardanti la salvazione). Il loro compimento, secondo i credenti, garantiva i favori degli dei verso gli atleti. Le tensioni connesse avevano carattere cultuale; erano una manifestazione di etica religiosa soteriologica.

Tali valori superiori di carattere autotelico erano accompagnati da valori utilitaristici, connessi con l'elaborazione e l'affermazione di modelli di comportamento sportivo che indicavano come detti scopi sacrali, valori spirituali i più importanti, potessero essere conseguiti. Quindi, dal punto di vista storico, il principio del fair play non poteva costituire il valore più importante per i Giochi Olimpici antichi. Nota bene, tale principio non era, come tale, noto agli atleti antichi. Quando i suoi rudimenti fecero la loro apparizione nell'agonismo sportivo, essi erano confusi nell'intreccio di norme religiose e culturali che definivano la condotta di uomini liberi che godevano speciali benefici nell'epoca della schiavitù.

D'altro canto, oggidì lo sport di carattere competitivo (professionistico, olimpico) non si propone di per sé fini religiosi (un'eccezione a tal riguardo è costituita dalle varie - marginali in rapporto allo sport nel suo insieme - organizzazioni cristiane e non cristiane che trattano lo sport, inter alia, in via strumentale, come mezzo per plasmare e diffondere valori confessionali). Né le competizioni sono organizzate per coltivare qualità morali, poiché il loro unico valore è quello di incentivare la rivalità sportiva. Gli scopi religiosi possono dunque costituire soltanto obiettivi complementari, mediati, transitori. D'altronde, ove mai il principio del fair play fosse posto in primo piano e se si proclamasse che esso costituisce il valore più importante ed autotelico, questi scopi e compiti che lo sport sarebbe chiamato a realizzare sarebbero vanificati in misura considerevole. In questo caso lo sport diverrebbe assiologicamente e strumentalmente subordinato a valori morali, si ridurrebbe a un mezzo inteso alla realizzazione di un qualche programma etico.
Secondo me, l'attuale stato dell'arte è diverso: siamo di fronte alla realizzazione di assunti morali basati su di un'etica deontologica, perfezionistica, utilitaristica (utilitarismo di regole ed utilitarismo di comportamenti), paternalistica (paternalismo duro o morbido) ovvero, alla fin fine, sul principio del fair play, assunti che possono essere giusto utili a fini sportivi e spettacolari, specie nell'agonismo orientato ai risultati. I più importanti di questi fini sono, tra altri, la vittoria o altro successo relativo nella competizione (come ad esempio conquistare il secondo, quarto o decimo posto) con sottintesi finanziari, politici, sociali od altri. Lo scopo di uno sport orientato al risultato (professionistico od olimpico) è il culto della maestria in una particolare disciplina. È il valore non relativo e finale. E d'altro canto, altri valori - salute, esperienza religiosa, moralità - possono essere al massimo valori relativi, transitori, complementari e strumentali, ma non quelli supremi ed autotelici, cioè quelli che costituiscono il fine in sé per lo sport al suo massimo livello.

Anche nello sport per tutti (inteso come un analogon della ricreazione motoria e fisica) i valori morali non costituiscono, secondo me, il fine supremo. I valori di fondo per questa forma di attività sono, per dirla in breve, la prevenzione, la conservazione e il miglioramento della salute, la preservazione ed il perfezionamento dell'efficienza fisica, il relax attivo.

Il principio del fair play non è - suppongo - il valore supremo né nello sport per tutti, né nello sport orientato al risultato (professionistico, olimpico), e neanche nello sport a sfondo religioso. E non costituisce il valore supremo dello sport scolastico praticato nell'ambito dell'educazione fisica, poiché l'obiettivo principale di tale sport è l'attuazione di un ideale fatto di valori diversi. E certamente non è il fine superiore dello sport per disabili o dell'attività turistica.


3. Sommario
A conclusione delle considerazioni sopra enunciate, perveniamo alla conclusione che l'idea del fair play può essere considerata non tanto come il principio più alto dello sport nel suo complesso, ma piuttosto come il valore supremo dell'etica sportiva.

La parola “può”, che appare nella proposizione che precede, tradisce comunque - nell'intendimento dell'autore - un atteggiamento riduttivo rilevando che il principio del fair play non in ogni situazione e non in ogni caso consegue la qualità di valore supremo nel quadro dell'etica sportiva.

Conseguentemente noi abbiamo a che fare con un quantificatore modesto, poiché si tratta di un principio che non ha la medesima importanza per ogni sport, e si riferisce contemporaneamente ai competitori ed alle persone che ne costituiscono l'ambiente immediatamente circostante ed anche allargato.

Le raccomandazioni moralizzatrici e ideologiche delle istituzioni e delle persone che promuovono tale principio etico - che è comunque importante per lo sport! - sono, per esempio, palesemente ignorate nel pugilato professionistico.

Vi sono anche forme di sport che coerentemente estromettono il principio del fair play. Ci si riferisce, inter alia, alle arti marziali estremorientali, basate su sistemi di valori extraeuropei originanti da culture orientali e da assunti religiosi e filosofici che ne costituiscono i fondamenti. L'idea del fair play non ha spazio nella sfera dei loro interessi poiché i problemi del comportamento positivo postulate da tale idea sono risolte nell'ambito delle arti marziali estremorientali non in maniera frammentaria e riduttiva (come avviene nel caso dei postulati di fair play riferentisi alla condotta definita da regole del gioco accettate), bensì in via olistica. I postulati di atteggiamento positivo verso persone impegnate con le sopra descritte forme di combattimento non costituiscono una raccolta di alcune norme artificiosamente enucleate, che prendono in considerazione soltanto il sacrum sportivo e la festosità della competizione spettacolare, e che sono disgiunte dai contesti morali della vita familiare (maritale, maternale), religiosa, politica, economica, professionale, studentesca, scolastica, di gruppi paritari, cittadina, di villaggio o di campagna, connessa con il vissuto quotidiano, con il profanum della normalità. L'atteggiamento positivo verso altre persone, nel caso di tali arti marziali, origina dai valori vigenti nella cultura estremorientale, cioè da soluzioni olistiche e sistemiche, che hanno fondamenti religiosi e filosofici profondamente radicati nel vissuto quotidiano della civiltà orientale.

Il principio del fair play non costituisce il valore supremo o il principale valore morale in alcuno sport che io conosca. Mi riferisco sia allo sport presentato come fenomeno storico o di oggi, sia allo sport di ispirazione religiosa o non confessionale.

Esso ha carattere relativo, poiché non è una norma non-relativa: cioè, secondo l'interpretazione kantiana, non è valore supremo.

Il principio in esame ha qualità complementari, poiché può costituire un ausilio di grande validità ai regolamenti concernenti la competizione sportiva. Non è, comunque, la loro principale direttiva, ma giusto una collezione di postulati addizionali ed informali. Un competitore che non si attenga alle norme di fair play durante l'allenamento o la gara, ove non infranga le regole di gioco, non è condannato né sul piano morale né su quello legale. Perfino una condotta irregolare, se non infranga le regole platealmente (nota bene, il termine “platealmente” ha carattere relativo) viene considerata in un ambiente sportivo come un comportamento meramente utilitaristico, dato che siffatta condotta denota buona conoscenza delle regole come pure furbizia nell'applicarle e trarne vantaggio al fine di conseguire specifici risultati transitori o addirittura lo scopo finale. Conseguentemente, un comportamento siffatto ha carattere amorale, cioè si colloca - consapevolmente o meno - di là dal bene e dal male. È perciò eticamente neutrale, cioè non ha i lineamenti di una condotta immorale, e pertanto non è eticamente riprovevole.

Il principio del fair play non è norma né universale né imprescindibile. Non è applicato universalmente, dappertutto e in ogni situazione sportiva (o non-sportiva); lo si può lasciare tranquillamente da parte.

E questo principio non ha neanche alcun significato per il lato pragmatico dello spettacolo sportivo, ossia per l'organizzazione e la gestione di questo tipo di attività fisiche e delle connesse infrastrutture, poiché le competizioni non sono organizzate allo scopo di applicarlo a determinati stadi delle procedure preparatorie o durante il vero e proprio spettacolo sportivo.

Conseguentemente, esso può solo essere un valore strumentale per improntare, in via non convenzionale (cioè fuori da regole ufficiali) un corretto svolgimento dell'agone sportivo. Il principio del fair play è, in tal senso, assiologicamente e strumentalmente subordinato alle regole di gioco ed agli scopi cui queste servono.


Parte II

4. Il principio del fair play tra gli altri valori dello sport
Ad ogni buon conto, come avevo anticipato, modificherò in parte le mie affermazioni circa i motivi dell'opinione espressa secondo la quale il principio del fair play non sarebbe il valore supremo nello sport.

Quest'opinione ha fatto la sua apparizione solo di recente, e perciò ho presentato la prima parte senza cambiamenti.

Oggidì, per dirla in breve, si dà per scontato che è l'uomo a costituire il valore supremo nello sport, e tutti gli altri sono secondari nel loro riferimento a questo valore principale. Essi servono al suo rafforzamento. Ci si riferisce, ovviamente, al principio del fair play e a tutti gli altri valori morali influenti sul comportamento e sulla vita delle società e delle persone connesse con lo sport, poiché l'uomo - per dirla con il Kant di Fondazione della metafisica dei costumi - nello sport è un valore non-relativo. Tutti gli altri hanno carattere relativo.

Queste sono relazioni che - a parte numerose differenze - somigliano a quelle che, dal punto di vista della filosofia della religione, filosofia divina o teologia, intercorrono tra Dio e la morale. Alla luce di dette discipline, il valore supremo ed assoluto è costituito da Dio e valutazioni, proclami, comandi, norme, modalità, modelli e schemi della condotta morale - così importanti nella vita dei credenti - hanno carattere strumentale e indicano come ci si dovrebbe comportare nei rapporti verso Dio e le persone del medesimo circolo di una data religione.

Nota bene, la maggioranza delle religioni tendono all'universalizzazione dei propri assunti assiologici ed aspirano a diffonderli su popolazioni e gruppi sociali esterni al circolo dei credenti di una singola religione data. Molti dei promotori del principio del fair play che conosco agiscono in maniera simile; e vorrebbero influenzare anche altri àmbiti della vita.

I principi morali non costituiscono i valori più alti né nel caso della religione, né in quello dello sport. Il valore supremo nella religione è costituito da Dio, mentre l'uomo lo è nello sport. È proprio per soddisfare i suoi bisogni biologici e culturali che s'inventò lo sport!

L'essenza dello sport, o meglio: l'essenza di una particolare disciplina sportiva, è costituita dalle sue norme e dai suoi regolamenti. Ne definiscono identità, carattere, qualità e principi di rivalità. Sono la sua più completa e coerente definizione. Costituiscono per essa il secondo - subito dopo l'uomo! - valore di carattere fondamentale, ed il principio del fair play può applicarsi solo nel suo rapporto con le norme che regolano l'esplicazione della rivalità sportiva.

Comunque, al fine di consentire a questa rivalità di emergere, è necessario, inter alia, soddisfare una condizione estremamente importante connessa con un addestramento ed una preparazione appropriata in vista della competizione. Soltanto un livello adeguato di preparazione fisica e di abilità, un elevato grado di competenza professionale - senza contare l'intero contesto sportivo - consentono alla rivalità sportiva di estrinsecarsi e rendono possibile di conseguire il successo come valore collettivo ed individuale. In tal modo, preparazione fisica ed abilità di un concorrente di slittino o di bob, ovvero di un tennista, non sono sufficienti a far gareggiare nel salto con gli sci o nella formula 1 automobilistica!

Oggidì il principio decoubertiniano - riguardante i Giochi Olimpici, e che afferma che ciò che conta non è vincere ma giusto partecipare - non è più applicato allo sport orientato al risultato (olimpico, professionistico, spettacolare). Inoltre le eliminatorie individuali o di squadra che danno titolo a partecipare ai Giochi non hanno tratto con l'esperienza e l'abilità connesse con l'applicazione del principio del fair play: esse sono giusto intese a un successo sportivo che sia preliminare alla partecipazione a una data competizione.

Tenendo a mente le considerazioni che precedono, si può assumere che il valore supremo nello sport, specie in quello orientato al risultato (olimpico, professionistico, spettacolare) è l'uomo - creatore, partecipante o fruitore dell'attività sportiva. Il secondo valore è a sua volta costituito da norme e regolamenti che definiscono le caratteristiche di una data disciplina ed i principi della rivalità sportiva.

Il valore successivo è costituito da abilità ed addestramento appropriati ad un dato sport, che rendono capaci a prendervi parte nelle forme di rivalità per esso sport stabilite.

Solo allora è possibile tendere al conseguimento del valore più alto nella rivalità, cioè tendere al successo.

Ma la preparazione per la competizione e l'esercizio della rivalità sono influenzati in alto grado dai principi del fair play. Questi arricchiscono le regole ed umanizzano le competizioni sportive saturandole di sostanza morale.

Norme e regolamenti dei giochi e delle competizioni sportive hanno carattere rigorosamente formale e non possono essere messi in discussione nel corso del gioco. Dall'altro canto, il principio del fair play è un valore non formale, una convenzione cui si aderisce spontaneamente basata sull'intuizione del bene; una convenzione posta di là dalle rigide determinanti delle regole delle discipline sportive, ma ad esse immanenti.

Ne consegue, come già accennato, che lo sport diviene - per chiunque vi sia interessato - un fenomeno morale, molto importante dal punto di vista sociale: un costante collaudo di onestà e bontà efficiente.

Si deve ammettere che l'attività sportiva può essere svolta indipendentemente dal principio del fair play, giusto solo osservando i paradigmi delle norme e dei regolamenti delle discipline, ma in tal caso abbiamo a che fare soltanto con fatti di carattere prasseologico, riguardanti null'altro che l'efficacia dell'attività.

Allora lo sport cessa di essere attività di carattere autotelico. Cessa di essere fine a se stesso. Diviene strumentalizzato - trattato come mero mezzo per ottenere lo scopo prefisso. Diviene mestiere deprivato di valori morali.



Nota bio-bibliografica

Nato il 13 ottobre 1949 a Wroclaw (Polonia), Jerzy Kosiewicz si è diplomato all'Accademia di Educazione Fisica di Varsavia, ha poi studiato filosofia e materie teatrali all'Università di Lódz, indi scienze religiose all'Università di Varsavia. Ha ottenuto il PhD all'Accademia di Educazione Fisica di Varsavia, e l'abilitazione postlaurea all'Accademia Russa delle Scienze di Mosca, per ottenere infine una cattedra alla “sua” Accademia di Educazione Fisica di Varsavia. Ha inoltre tenuto corsi, quale visiting professor, all'Università Pedagogica di Tallin e all'Università Semmelweiss di Budapest.

Autore di oltre 400 articoli in polacco, russo ed inglese, e di sei libri, ha curato l'edizione di varie opere collettanee di carattere filosofico e sociologico.

I suoi campi di ricerca preferiti sono l'antropologia filosofica, la filosofia della religione, la metodologia generale e la metodologia e filosofia della cultura fisica e dello sport. È membro di varie associazioni accademiche e scientifiche polacche ed internazionali.